Cucina e liberazione, tornare a gustare la libertà

Scritto da Giuseppe Capano il 25 aprile 2015 – 15:29 -

Donne partigiane 318Quel giorno sembrò irreale, alzati come sempre all’alba oltre alle armi, le azioni, la strategia, le divergenze politiche e visionarie, la preoccupazione era il cibo.
La lotta riguardava anche quello se non soprattutto, potevamo avere la razione calorica di sopravvivenza senza particolari difficoltà, ma sapevamo benissimo che non eravamo pure macchine da rifornire di carburante.

Tra i sogni della notte c’erano verdure dell’orto, la frutta che tanto ci mancava, il pane fragrante appena uscito dal forno, il pesce appena pescato, i soffritti che al mattino ti svegliavano con l’impeto della bontà prosperosa dei giorni felici.
Più di tutto però mancava quell’ingrediente segreto presente nei piatti che gustavamo prima, il sentimento di chi preparava e assemblava cibi e cibi, l’anima che metteva in ogni gesto, passaggio, esecuzione tecnica, l’amore intrinseco che solo nel cucinare con passione può venire fuori.
Ci mancavano i brividi, quelli provati dopo il primo boccone passato nel palato e deglutito, una sensazione di sublime bellezza, godere del cibo e riconoscere in esso l’ingrediente segreto.
Ecco quel giorno, prima ancora che per noi la fine della guerra significasse liberazione dal nemico, il pensiero felice era poter ritrovare di nuovo la gioia del cibo.
La liberazione dall’oppressione di dover ingurgitare pure calorie per sopravvivere e finalmente tornare a gustare la libertà che solo un buon piatto sa così bene rappresentare.

Pane e resistenza 518


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