Il cibo non oggetto, l’esempio lampante della musica

Scritto da Giuseppe Capano il 4 settembre 2013 – 10:06 -

Concerto jazz 318In una bella serata estiva qui in montagna ho avuto il piacere di assistere in emozionante ascolto a un bel concerto jazz organizzato come ogni anno nel paesino dove abito.
Per gli appassionati e gli esperti erano sicuramente musicisti di alto livello mi è parso di capire, sinceramente in questo campo le mie competenze sono relative al semplice piacere di ascoltare.

Buona e coinvolgente musica, quello però che mi ha colpito di più è stata l’enorme passione dei musicisti, questa immersione fantastica che facevano ad ogni brano con tutti i sensi.
Mi pareva quasi che ogni volta facessero l’amore con il loro strumento tanto era il coinvolgimento, lo si vedeva dai loro volti attorcigliati intorno alle note che uscivano, dai loro sguardi piacevolmente compiacenti nel raffrontarsi durante l’esecuzione, dal sudore autentico che usciva da un corpo che tutto fremeva con la musica.
Non è una novità per me, ma per l’ennesima volta sono rimasto altamente impressionato, il mini concerto si svolgeva in una piccola piazza, i musicisti erano semplici musicisti non star o chissà quali celebrità assolute, in poche parole erano uomini immensamente innamorati di quello che stavano facendo.
Con sacrifico, spostamenti tra un luogo e l’altro atroci, levatacce e equilibrismi vari con le professioni di sussistenza, con i guadagni presumibilmente magri e circoscritti.
Ma immensamente innamorati e nient’affatto timorosi di dimostrarlo al pubblico.
Il paragone con il mio lavoro è stato immediato e sconsolante, nel senso che ho la grande sensazione, diciamo anche qualcosa di più di una sensazione, che in cucina spesso questo far l’amore con lo strumento del proprio lavoro manca clamorosamente.
Soprattutto manca la capacità di dialogare, mentre sentivo il batterista suonare vedevo chiaramente la sua capacità di dialogare e la sua capacità di capire il linguaggio della batteria.
Nella cucina questa capacità di dialogare manca tantissimo, lo strumento, il nostro fantastico cibo, i nostri straordinari alimenti, sono visti come oggetti.
Inanimati oggetti da usare per dimostrare la propria bravura a superiori e clienti, per preparare il più velocemente e con il minor fastidio possibile un piatto, per autocelebrare la propria presunta grandezza di artista, per buttare tutto insieme con alienazione e non pensiero.
Tutto quello che si vuole, probabilmente gli esempi potrebbe essere tanti altri, ciò che conta è il rifiuto al dialogo, scappare dal confronto con i messaggi lanciati dal cibo, ritenerlo un elemento inferiore e per questo solo un “oggetto utile a qualcosa”.
Ora non è che la situazione sia unitariamente così, certamente però lo è per la maggior parte di chi si occupa di cucina, lo è per la maggior parte di chi giudica il lavoro di cucina, lo è per il mondo dello spettacolo che sfrutta la cucina.
Forse più che creare altre scuole di specializzazione sarebbe più utile mandare chi si occupa di cucina a vedere più concerti jazz, guardare in faccia i musicisti, capire la loro immensa passione, capire il rispetto per lo strumento e come da questo strumento sanno far uscire l’anima, non solamente una funzione utilitaristica.

 Concerto jazz


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4 Commenti per “Il cibo non oggetto, l’esempio lampante della musica”

  1. Elena Scrive il set 4, 2013 | Replica

    Ciao Giuseppe, io mi occupo per lavoro di musica…e ti posso assicurare che le stesse storture ci sono anche in campo musicale…gli interpreti diventano sempre più divi, mettono in primo piano se stessi e si servono della musica solo per affermare il proprio ego smisurato….forse nel concerto in piazzetta sei stato fortunato e hai incontrato degli autentici poeti, ma credo che il male che affligge la cucina è lo stesso che investe la musica….le altre arti…la società nostra tutta quanta…peccato…

  2. Giuseppe Capano Scrive il set 4, 2013 | Replica

    Cara Elena,
    è un male generale è vero, però non è la prima volta che mi capita con la musica di provare queste sensazioni, non posso dire altrettanto con la cucina!
    O meglio, forse succede sempre in ambiti ristretti come quel concerto di jazz in una piccola piazza. Ad esempio mi capita di mangiare molto meglio quando qualcuno mi invita a cena e ci mette tutta la sua anima nel cucinare, tecnicamente forse non sono piatti perfetti, criticamente chissà quanti errori si potrebbero trovare, ma la magia del piacere nel consumare quei piatti è data da elementi che vanno valutati (e viene più che spontaneo farlo) con il cuore.
    Credo che sia questo a mancare, il vizio di voler interpretare, valutare e giudicare solo con parametri “tecnico oggettivi”, che sono importanti per carità, ma c’è anche molto altro da considerare.
    Questo poi si riflette sul modo e sullo stile di vivere un mestiere, qualunque esso sia come è evidente da quello che mi scrivi.
    Quei musicisti come chi ancora cucina innamorato perso sono però un grande conforto e ci danno un appiglio per pensare e sperare in qualcosa di meglio!
    A presto
    Giuseppe

  3. Michele Tuveri Scrive il set 5, 2013 | Replica

    ciao Giuseppe, concordo sul fatto che il punto sia quello di affidarsi solo a parametri “tecnico oggettivi”, rispetto ad essere disposti ad accorgerci anche del contesto emotivo e di relazioni di cui questi riferimenti misurabili hanno bisogno per fiorire, per andare oltre. Mi pare, forse in modo un po’ infantile, che ogni alimento,ogni vibrazione acustica, se ne stia in un suo equilibrio con il resto del mondo quando li prendiamo per il nostro piatto o la nostra musica e che una tecnica studiata oggettivamente possa essere anche indispensabile per interpretarli consapevolmente, ma, se con il nostro contributo (cucinare, suonare, parlare con gli altri) non arriviamo a ritrovare con loro la dimensione universale in cui esistiamo, mi pare che non abbiamo capito nulla nè della cucina, nè della musica nè di noi stessi. Buona giornata, a presto
    michele

  4. Giuseppe Capano Scrive il set 5, 2013 | Replica

    Si esattamente Michele non ritrovare la dimensione universale (o possiamo chiamarla come vogliamo) significa non aver capito nulla di un mestiere e delle vita e paradossalmente spesso vantarsi di aver capito tutto.
    La tecnica e l’esperienza sono importantissimi e senza di essi non si può “suonare” nulla, ma suonare solo per obbiettivi estranei all’amore e passione di “suonare” a che serve?
    Tralascio le risposte banali o miserevoli che potrebbero venire fuori, ma la domanda è molto profonda e seria, talmente seria che si preferisce non ascoltarla (giusto per rimanere in tema di musica!).
    A presto
    Giuseppe

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