Ladri di pesche

Scritto da Giuseppe Capano il 19 giugno 2014 – 17:45 -

Pesca 318 B&WPrendo spunto da un laconico messaggio lanciato su facebook dalla mia cara amica Alessandra, serie e appassionata produttrice di pesche oltre che di uno dei migliori olio da olive che abbia mai assaggiato.
Il titolo mi è piaciuto molto perché sottintende un modo di gestire la produzione agricola, distribuirla, diffonderla, offrirla alla società che non temo definire agghiacciante.

Questo modo di non interessarsi della società, degli altri, di guardare con distacco alle vicende che non ci sono vicine o non coinvolgono (sempre e solo in apparenza) i nostri interessi è agghiacciante.
Nel mio ambito non ho timore di denunciare la asocialità di molti di quelli che fanno il mio mestiere e molti sono anche  a livelli cosiddetti alti, priorità è ingannare con la scusa di sorprendere, apparire, essere avanguardia e tecnica suprema, primeggiare per accaparrarsi stelle, stelline apparizioni televisive, finti articoli e così a ruota.
Di ciò che farebbe bene alla società, agli altri, scusate il termine “chi se ne frega”, per cui se per apparire do da mangiare nutrizionalmente male, non so nulla della prevenzione alimentare, uso prodotti fuori stagione senza ritegno, non mi pongo il problema di come sono stati coltivati ha pochissima importanza, l’importante è apparire bravi e grandi.
Accade così anche in agricoltura anche se con parametri diversi e contesti diversi, la mortificazione degli onesti però è enormemente più devastante.
Chi con passione, estrema cura del lavoro e soprattutto un rispetto immenso per la terra produce alimenti eccellenti per poi dover subire l’arroganza di chi li commercializza e detta legge e prezzi come in una sorta di far west dove vince chi sa sparare con più pistole al seguito non può che rimanere desolatamente senza parole.
O meglio con una rabbia dentro che è male, ma non solo male per chi la prova è un male della società e sulla società ricade, quindi su noi tutti.
La polvere che si alza con il caldo e abbraccia il sudore di chi lavora la terra sfiancandolo di fatica fisica è nulla rispetto al resto, ma già questo, cioè la fatica fisica metafora dell’uomo stesso dovrebbe incutere reverenza e vergogna in chi di questa fatica cerca solo di approfittarne vigliaccamente.
I ladri di pesche, cioè chi da una manciata di centesimi dati al contadino arriva a fare un ricarico mostruoso e neanche lontanamente giustificabile, uccide il contadino e il consumatore insieme.
Della società, del benessere altrui, del rispetto umano, scusate ancora una volta il termine, se ne frega.
A suo vantaggio?
Solo in apparenza come quasi tutto in questo mondo pare apparenza.
Di molte malattie ad esempio non vi è ancora chiarezza e molte patologie note hanno lati ancora profondamente oscuri.
Siete proprio sicuri ladri di pesche che la vostra asocialità non sia proprio quello che della malattia non vediamo malgrado l’impegno di grandi luminari della salute?
E siete propri sicuri che quando toccherà a voi imbattervi purtroppo nel male fisico della malattia il vostro agire vi sarà di aiuto?

Pesche in pianta Doria 518


Tags: ,
Postato in Cibo, cultura e società, Mondo alimentare | 2 Commenti »


2 Commenti per “Ladri di pesche”

  1. alessandra Scrive il Jun 20, 2014 | Replica

    Ciao Giuseppe, che dirti? Grazie? Grazie perché hai sentito il grido soffocato degli ultimi? Sì gli ultimi, certo, perché che siamo? Noi che potere abbiamo? Che dignità abbiamo? che autorità, che forza? Noi, che abbiamo?
    Abbiamo, al massimo, ingiuria su ingiuria, 300 ql di pesche che sono pronte per essere raccolte, quando? Quel giorno, proprio quel giorno, con loro non ragioni, e 40 fra donne e uomini che sono lì per raccoglierle, per farlo nel modo più giusto, e 9 / 10 carri e il trasportatore, e fa caldo, ma Dio lo benedica questo caldo che se piove è terribile, se ci sono nuvole, si prega, si prega che la grandine ci scansi!
    Noi che siamo se non gli ultimi?
    L’ultimo anello della catena!
    Quello che, in fondo, se si rompe, non succede nulla, lo cambi e via.
    Sai quanti anelli rotti sto vedendo?
    Dopo un po’ non te li ricordi più.
    Passi dove stavano, vedi pale eoliche, biomassa.
    Per qualche tempo pensi, e lo struggimento ti prende, poi passi e ti volti dall’altra parte, poi passi e tremi e ti vedi anche tu una enorme distesa dove l’uomo non fa più nulla, le macchine buttano il seme, le macchine trebbiano, i camion caricano, le centrali bruciano …
    Saremo questo? Diventeremo questo? Sarà questa l’unica energia che rappresenteremo? L’energia della mani, dei cuori, degli sguardi, delle schiene piegate, dei calcoli, dell’ingegno, del rischio, della sfida, della passione? Si perderà? Morirà rea di non essersi saputa fare i conti?
    Altri innovano, iniziano colture con nomi strani, devi dare un’occhiata a google per capire … Ma perché? Perché nella Piana di Sibari, nella terra delle pesche, delle clementine, delle arance, perché devo mettermi a fare cose che, in Italia, non sappiamo cosa siano?
    Il mercato, il mercato.
    Ma come è possibile? Chi sta deviando così questo corso? Chi sta storcendo la storia? Chi sta facendo deragliare la nostra agricoltura?
    Mi vengono in mente alcuni nomi, alcuni gruppi, ma il perché?
    Ecco, Giuseppe, di cosa ti ringrazio.
    Che hai fatto tuo il mio urlo?
    No, non solo, non maggiormente.
    Che tue sono le mie domande.
    Perché sai, quando sei lì in mezzo, quando vorresti che tutto finisca subito, e sai che quando sarà finito per te dovrà ancora iniziare, iniziare il peggio, quando sei lì è come tu hai detto, non è il caldo, non è la sete, non è la polvere il tuo nemico ( sai che stavo scrivendo un pezzo proprio su questo e tu hai espresso magnificamente e con sensibilità e acume ciò che io volevo dire?) quando tu sei lì in mezzo e il rumore di carri è musica e melodia a confronto degli sguardi, quelli che ti cercano ti frugano fra le foglie, ti evitano, di scrutano e da te vogliono solo una risposta: “c’è la faremo” quando sei lì ti vengono quei pensieri…
    I tuoi, quelli di un uomo che distante e vicinissimo tocca l’anima del nostro dubbio, del nostro tormento.
    Cosa stiamo facendo?
    È strano preoccuparsi di che morte morirà il nostro carnefice dopo che ci avrà uccisi.
    Eppure fra l’afa e il gelo del cuore si affollano anche questi pensieri.
    Perché? Perché? Perché?
    Io faccio troppe domande, quando compri e vendi pesche ti fai i conti coi centesimi, lì devi stare attento, ne sbagli una manciata e sei fuori, fuori forse per sempre, il margine d’errore consentito è inesistente.
    Non puoi ragionare su molto, su altro.
    Io chiedo perché.
    Sono la donna delle “pesche perché”.
    Qualcuno mi risponde, altri restano spiazzati, qualcuno mi convince altri mi irritano, a tutti irrito.
    Cosa mangeranno i miei figli?
    Di me non me ne importa. Ho vissuto un’ Italia che aveva il settore agricolo, malato, morente, agonizzante, ma l’aveva. Per loro non sarà così.
    Io lo so, e voi?
    Possiamo fare qualcosa?
    Chi, può fare qualcosa?
    L’altro giorno in una lunga chiacchierata con un carissimo amico, denunciavano un po’ di tutto, la solitudine, l’incomprensione, cosa sa la gente di noi? Chi ci conosce davvero?
    Ma per me un altro assillo si affacciava.
    Cosa sto facendo io, per la società?
    Pensare quante persone, il prossimo anno non raccoglieranno le pesche, non le poteranno, non le lavoreranno, non le diraderanno … Ecco, io sto facendo questo?
    Li guardo, e vorrei mi guardassero sapendo che io sono l’ultimo anello … Loro sono confusi, rabbiosi, a volte rassegnati, a volte utopici …
    Perché voler continuare ad essere in un mondo che ce lo grida contro che non ci vuole più?
    Mangeremo altro, mangeremo da altri …
    Guardo la terra è so quanta aridità può derivare da un terreno fertile.
    Chiedo scusa alla terra per chi non lo fa.
    Grazie Giuseppe e scusami anche tu per il lungo sfogo, ma le tue parole, come sempre, mettono quella luce che ti fa riconoscere il buio cosa ti stava rubando.

  2. Giuseppe Capano Scrive il Jun 21, 2014 | Replica

    Ciao Alessandra,
    temo molte cose ma non temo di esprimere liberamente i miei sentimenti, della possibile retorica poco mi importa.
    Quindi con profondo rispetto dico che mia hai commosso con queste parole, una commozione di umanità fraterna enormemente distante dalla commozione egoista che spesso si fa finta di provare verso cose e fatti altrui.
    C’è una profonda poesia in quello che racconti perché è l’anima di una persona che racconta di se e del suo mondo contro un altro mondo che oggi è, purtroppo, vincente e strafottente.
    Oltre che arrogante è incredibilmente stupido, profondamente stupido, nel bruciare tutto e tutti illudendosi che la natura, il paesaggio, la cultura dell’uomo, la società delle intenzioni siano poi ricomprabili al primo negozio sotto casa, mentre di negozi non ne avrà neanche uno da visitare.
    Così è vero lo capsico gli orizzonti paiono lontani e probabilmente per molti di orizzonti non c’è ne sono più, resta forte la sirena che grida di arrendersi e affiliarsi al mondo arrogante che impera.
    Non so cosa esattamente possa confortare o dare la forza, non ho in questo senso particolari poteri, però so che questo è un ripetersi secolare e che una luce forte in questo ripetersi può darla la storia, cioè quella madre che racconta del passato, fa capire il presente e getta speranze per il futuro.
    Una musa non a caso continuamente emarginata nella società tecnologica che tutto pensa di sapere, credo perché questa arrogante e cieca società ne capisca bene il potere.
    La storia poi sa farsi forza di altri compagni di saggezza, la poesia ad esempio, ma la musa per quanto ne so rimane lei e da lei possiamo sperare di vedere luce.
    Abbiamo anche il diritto e il dovere di saperci commuovere quando dell’altro sentiamo la sua anima venire fuori e raccontarci senza veli suggestioni di vita.
    Poco importa che siano disperazione, allegria, felicità, rassegnazioni, tristezza, rimane che il ringraziamento più grande che possiamo dare è la commozione.
    Quella che ti consegno dopo aver letto queste tue belle parole.
    Convinto che questa commozione per quanto briciola dell’infinitamente piccolo possa darti altra forza e altra speranza.
    Per il resto cerco di affidarmi alla musa storia e a tutta la saggezza che può darmi.
    Un grande abbraccio.
    Giuseppe

Aggiungi un commento