La cura

Scritto da Giuseppe Capano il 30 novembre 2013 – 16:57 -

Lavori in cucina 318Con il post di oggi vado molto oltre le quotidiane cose di cucina pratica e teorica che vi racconto, per una volta mi auguro non vi dispiacerà troppo.
Leggevo alcune riflessioni amare espresse dall’amica Alessandra sulla apparente normalità di sottrarre agli altri qualcosa, probabilmente qualsiasi cosa perché il punto non è cosa ma il gesto in se.

Da qui sono partito per riflettere su alcuni aspetti dell’essere umano e su quella radice intensa e profonda che caratterizza ognuno, me compreso, e che nel mio pensare racchiudo nella parola perversione.
Sinceramente penso che nessuno possa chiamarsi fuori, semplicemente c’è chi è più capace di gestire questa radice, la sa diluire nei canali delle positività che mette in pratica, la sa metabolizzare con le discipline che più gli si convengono, sa smorzarne i lati più odiosi e renderli amichevoli.
Ma dentro rimane e in tanti altri questa radice non sanno proprio come strapparla a se, ne subiscono la vastità interiore e intontiti non ne capiscono neanche l’origine, si ritrovano a fare cose e non sapere.
Non ho soluzioni miracolose a questo, ma ricordo che da piccolo feci un sogno particolare che per molti anni malgrado mi fosse rimasto dentro non sono riuscito a capire.
Chi nel sogno mi raccontava tracciava a se raccogliendo in una fascio unico tutte queste perversioni e poi le intingeva in un acqua a me non visibile, le liberava e sussurrava che erano guarite.
Incuriosito chiedevo quale fosse questa acqua e la risposta era poesia.
Per molto tempo ho frainteso, pensavo alla sola poesia degli artisti grandi non trovando però risposte esaurienti, totalmente esaurienti.
Poi questo lavoro che, umilmente, faccio mi ha fatto capire meglio di qualsiasi approfondimento accademico.
La cura di questa perversione è a cominciare dai poeti grandi, dalla loro straordinaria capacità di imprimere alla “parola” un profondo senso di vita, amore e passione.
Ma fermarsi qui è l’errore, la poesia che cura realmente è quella dell’uomo normale che nei suoi gesti normali da forma e crea.
L’amica Alessandra crea prodotti della terra, un fantastico olio ad esempio, ma poi da anche forma a ciò che crea e questa forma è poesia, nel percepirla i sensi sanno capire, brividi salgono sulla pelle e li la perversione si intinge in acqua curativa.
Che la cura sia breve o lunga è secondario, la poesia dei gesti è la cura e ognuno nel suo ambito può fare poesia senza dover scrivere neanche una parola.
Quando assaggiate un piatto, lo gustate con tutti i sensi, rimanete sorpresi, sentite un piacere profondo, tutto questo lo sentite se il piatto è poesia creata da una persona che dentro ha messo il suo essere profondo e il suo essere è passato a voi.
Ne una macchina, ne un esecutore passivo, ne un cuciniere alienato, ne un presuntuoso grande chef  possono darvi questa poesia malgrado gli inganni messi in atto.
E per curarsi si ha bisogno di questa poesia quotidiana, che venga dalla cucina o dall’anonimo omino che spazza la strada nell’indifferenza stupida di tanti.
Cerco anche io di curarmi così, cosciente di una perversione dentro che è inutile negare e spero con il mio operare, con i miei piatti e la cucina che esprimo di riuscire a donare un minimo di poesia agli altri.
Per ricompensare chi mi cura generosamente spesso senza neanche saperlo.

Mani lavoro cucina 518


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